Il messaggio del Papa

Pubblicato il 14 febbraio 2026 alle ore 16:10

Riflessioni sul messaggio del papa  sulla Quaresima

 

 

Nel suo messaggio per la Quaresima, dedicato al tema dell’ascolto e del digiuno come cammino di conversione, Papa Leone XIV propone una riflessione tanto semplice quanto radicale: imparare a digiunare non solo dal cibo, ma dalle parole che feriscono. 

È un invito che affonda le radici nella tradizione spirituale della Chiesa, ma che parla con straordinaria attualità al nostro tempo, segnato da tensioni, conflitti verbali e comunicazione aggressiva. 

La Quaresima, ricorda il Pontefice, è anzitutto tempo di ascolto. Ascolto di Dio, attraverso la Parola, ascolto degli altri, nella concretezza delle relazioni quotidiane. Senza ascolto non c’è conversione, perché il cambiamento del cuore nasce dal lasciarsi interpellare e dall’ascoltare la Parola di Dio lasciandosi attraversare da essa. Nella Scrittura, l’ascolto è il primo gesto della fede: “Ascolta, Israele” è, infatti, l’inizio della professione dell’Antico Testamento nel libro del Deuteronomio (Dt 6,4); ricordiamo Mosè che scopre la presenza di Dio fermandosi ad ascoltare, davanti al roveto ardente (Es 3): in buona sostanza l’ascolto apre e scolpisce uno spazio interiore, favorendo un possibile incontro. In questo contesto si comprende meglio il senso del digiuno. Tradizionalmente associato all’astinenza dal cibo, spesso facciamo i nostri «fioretti della Quaresima» — pratica certamente lodevole mail digiuno è più che altro una «disciplina del desiderio», un esercizio di libertà interiore. Non si tratta di punire il corpo per disprezzarlo, ma di educare il cuore e la mente a saper rinunciare perché saperlo fare, oggi, è un atto di straordinaria grandezza.

Il Papa si sofferma su una forma di digiuno sulla quale concentra la sua e la nostra attenzione questo punto che il Papa concentra l’attenzione: esiste un digiuno che riguarda la parola. In un’epoca in cui si parla continuamente — nei dibattiti pubblici, nei media, sui social network (soprattutto e spesso male) — la parola può diventare davvero un’arma. Giudizi immediati, commenti taglienti, insinuazioni, sarcasmi, calunnie: sono forme di violenza spesso sottovalutate, ma capaci di ferire profondamente. 

San Giacomo, nella sua lettera, paragona la lingua a un piccolo fuoco che può incendiare una foresta (Gc 3,5-6) e anche Gesù ammonisce sulla responsabilità di ogni parola pronunciata (Mt 12,36). Digiunare dalle parole che feriscono significa allora interrompere questa catena di aggressività, e non si tratta di tacere sempre o, soprattutto di rinunciare alla verità, ma di imparare a dirla con carità.  C’è una massima proverbiale che sintetizza il pensiero di Papa Leone XIV: «Non devi dire tutto quello che pensi ma pensare a quello che dici». 

San Paolo invita: “Non esca dalla vostra bocca nessuna parola cattiva, ma piuttosto parole buone che possano edificare” (Ef 4,29). 

Il criterio non è solo la correttezza formale, ma la capacità di costruire, di generare comunione. Il Papa richiama, nel suo messaggio inaugurale della Quaresima alla concretezza della vita quotidiana, analizzando: le famiglie, i luoghi di lavoro, le comunità ecclesiali, i dibattiti politici perché è in questi luoghi che si misura la qualità della nostra parola. Una frase detta con durezza può segnare una relazione per anni; un giudizio affrettato può creare fratture difficili da ricomporre. Al contrario, una parola di incoraggiamento, di comprensione, di perdono può aprire cammini di riconciliazione.

Particolarmente significativa è l’applicazione del concetto al mondo digitale. La velocità e l’anonimato favoriscono reazioni impulsive, spesso deleterie. Si commenta senza riflettere, si condivide senza verificare, si critica senza conoscere. In questo contesto, il digiuno verbale diventa una forma di testimonianza cristiana, significa scegliere il silenzio quando la parola sarebbe distruttiva; significa verificare la verità prima di parlare; significa rifiutare la logica dello scontro permanente. La frase «Devi dire qualcosa che sia migliore del silenzio» è una formulazione moderna di un pensiero attribuito tradizionalmente a Pitagora. La versione più nota, tramandata in diverse raccolte di massime, suona così: “O taci, o dì qualcosa che sia migliore del silenzio.” L’invito del Papa si colloca in una visione più ampia: costruire una società in cui il dialogo prevalga sull’insulto, la ricerca della verità sulla propaganda, la benevolenza sul sospetto. Digiunare dalle parole che feriscono è un gesto piccolo, ma carico di conseguenze. È un atto di responsabilità verso l’altro e verso la comunità. In definitiva, la proposta quaresimale di Leone XIV è un richiamo alla coerenza evangelica. Se il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14), allora la parola è luogo sacro, spazio in cui si riflette la presenza di Dio. Custodire la parola significa custodire la dignità dell’altro. E forse, in un mondo attraversato da conflitti verbali e incomprensioni, proprio questo digiuno può diventare uno dei segni più credibili della conversione del cuore. Digiunare dalle parole che feriscono è forse una delle forme più esigenti e più necessarie di conversione. In un tempo in cui si parla molto e si ascolta poco, scegliere parole che edificano è un atto di responsabilità e di fede. 

Non si tratta di tacere la verità, ma di dirla con carità, trasformando il linguaggio in strumento di comunione e non di divisione. Se il Verbo si è fatto carne, allora ogni parola è cosa seria, spazio in cui può riflettersi la presenza di Dio. 

Custodirla significa custodire l’altro, essere  così la Quaresima diventa un cammino concreto: meno parole che feriscono, più parole che generano pace.

mp

 

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