Il linguaggio del silenzio

Di fronte alla malattia le parole perdono consistenza. Quelle che di solito usiamo per consolare, all’improvviso, suonano leggere, consumate, quasi inadeguate. Ci si scopre impacciati, con la sensazione che ogni frase rischi di essere banale o, peggio, di ferire senza volerlo.

Non perché manchi l’affetto, ma perché il dolore dell’altro è così grande da non lasciare spazio a formule, nemmeno a quelle dette con il cuore.

In quei momenti capisci davvero che una parola non è mai neutra: può sostenere, ma può anche cadere a vuoto. E allora ti avvicini con timore, come si fa davanti a qualcosa di sacro, sapendo che non tutto può essere detto e che non tutto deve essere spiegato. La disperazione non chiede soluzioni né discorsi ben costruiti; chiede presenza.

Forse è proprio lì che il silenzio smette di essere assenza e diventa linguaggio. Un silenzio che non fugge, che resta accanto, che dice sono qui senza pretendere di aggiustare nulla.

In certi passaggi della vita, il rispetto più grande è riconoscere che non esistono parole giuste, e avere l’umiltà di lasciare che a parlare siano l’ascolto, lo sguardo, e una vicinanza discreta, ma vera.

mp

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