Evangeli e Salmi

Pubblicato il 1 febbraio 2026 alle ore 23:50

LA BIBBIA DI GERUSALEMME E L’URGENZA DI TORNARE A SPIEGARE LA SCRITTURA

 

Giovedì 29 gennaio, nella Chiesa dei Santi Giovanni Evangelista e Petronio dei Bolognesi, a Roma, si è tenuta la presentazione del volume Evangeli e Salmi, edizione illustrata della Bibbia di Gerusalemme. All’incontro sono intervenuti il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Alberto Melloni, storico del cristianesimo, e Lidia Maggi, pastora battista. Il volume si apre con una presentazione del cardinale Matteo Maria Zuppi.

 

Differenze sostanziali

Prima di tutto proviamo a spiegare la differenza tra la Bibbia e la Bibbia di Gerusalemme. La Bibbia è il testo sacro che raccoglie i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento ed esistono, però, diverse edizioni e traduzioni, pensate per usi e lettori differenti.

La Bibbia di Gerusalemme è una di queste edizioni; si distingue perché, oltre al testo biblico, offre brevi introduzioni, note esplicative e rimandi che aiutano a comprendere il contesto storico e il significato dei brani. Non cambia il contenuto della Bibbia, ma ne facilita una lettura più consapevole e approfondita.

Per questo la Bibbia di Gerusalemme è spesso utilizzata nello studio, nella formazione e nella lettura personale, accanto all’uso liturgico della Scrittura.

In concreto, è una selezione di testi biblici: contiene i quattro Vangeli (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) e il Libro dei Salmi, cioè il cuore narrativo e poetico della Bibbia cristiana; un testo criticamente curato in quanto utilizza la traduzione ufficiale CEI per l’italiano, accompagnata dalle nuove note dell’École Biblique de Jerusalem, recentemente riviste.

 

Il volume è uno strumento di lettura e formazione

Le note non sono catechismi né prediche, ma spiegazioni storiche, linguistiche e teologiche che aiutano a capire il testo nel suo contesto, evitando letture superficiali o fondamentaliste ed è un’edizione illustrata arricchita da opere d’arte scelte da Jean-François Colosimo, che dialogano con il testo biblico senza sostituirlo, offrendo una lettura anche visiva e simbolica.

Il volume diventa un ponte tra uso liturgico e studio personale: è pensato per la lettura individuale, comunitaria e pastorale, in continuità con la tradizione della Bibbia di Gerusalemme.

Il senso dell’operazione è chiaro: rimettere la Scrittura al centro, offrendo un testo che sia accessibile ma non semplificato, capace di formare lettori credenti maturi. Per questo Evangeli e Salmi non è un libro devozionale in più, ma un atto culturale e pastorale, che prepara l’uscita della nuova Bibbia di Gerusalemme completa.

 

La Bibbia e il paradosso

C’è un paradosso silenzioso che attraversa oggi la vita della Chiesa: la Bibbia è ovunque, ma è sempre meno letta davvero. Citata, evocata, talvolta strumentalizzata, raramente spiegata. Eppure, uno dei frutti più importanti del Concilio Vaticano II è stato proprio il ritorno della Scrittura al centro della vita ecclesiale, non come testo riservato agli specialisti, ma come alimento quotidiano per pastori e fedeli.

La Bibbia di Gerusalemme rappresenta uno degli strumenti più alti e fecondi di questo progetto. Nata dal lavoro dell’École Biblique de Jerusalem, essa non offre soltanto una traduzione accurata dei testi sacri, ma un accompagnamento essenziale fatto di note, rimandi, introduzioni che ricordano al lettore una verità fondamentale: la Bibbia non si improvvisa. Va letta, studiata, interpretata.

Come ricordava già nel 1956 il futuro Giovanni XXIII, Angelo Giuseppe Roncalli, la familiarità con la Scrittura non è un lusso intellettuale ma una parte viva e irrinunciabile della tradizione cristiana. Non una devozione privata, ma una pratica ecclesiale.

Roncalli raccontava di una Venezia in cui la Bibbia era cantata nelle strade, imparata a memoria, condivisa come lingua comune della fede. Era una cultura alternativa, capace di nutrire la coscienza e preparare lo sviluppo dogmatico che il Concilio avrebbe poi esplicitato.

Oggi, invece, assistiamo a una sorta di carestia biblica. Non è diminuito l’interesse per la Parola – lo dimostrano il successo editoriale di riscritture e narrazioni bibliche, o l’attenzione mediatica per figure come Pietro o Paolo – ma è calato l’impegno a coltivarla seriamente.

In questo vuoto, la responsabilità dei sacerdoti e dei pastori è decisiva. Nessuno penserebbe di rinunciare alla celebrazione pubblica dell’Eucaristia; eppure, pochissimi considerano parte essenziale del loro ministero insegnare come si legge la Scrittura; spiegare la Bibbia non significa trasformare ogni fedele in un esegeta (persona che studia e interpreta testi sacri, in particolare la Bibbia, cercando di comprenderne il significato originale, il contesto storico, culturale e linguistico, e l’intento dell’autore), ma educare a un atteggiamento corretto: rispetto del testo, pazienza, ascolto del contesto storico e teologico, consapevolezza della tradizione interpretativa ebraica e cristiana.

È qui che la Bibbia di Gerusalemme mostra tutta la sua forza; le sue note non impongono una lettura unica, ma fortificano contro lo spiritualismo superficiale; i rimandi non obbligano a percorsi complessi, ma aprono alla profondità; la sua struttura consente sia la lettura comunitaria sia quella lenta e quotidiana, quella meditazione che trasforma il testo in vita.

Conclusione

La recente pubblicazione del volume Evangeli e Salmi, anticipazione della nuova edizione riveduta, mostra quanto questo lavoro sia ancora decisivo per il futuro della Chiesa. Non si tratta di un’operazione editoriale, ma di una scelta culturale e pastorale. Una Chiesa che non forma i suoi ministri – e attraverso di essi il popolo – alla lettura intelligente e amante della Scrittura è una Chiesa più fragile, più esposta alla superficialità e alla paura.

Il problema, come ha ricordato Alberto Melloni in una sua intervista sul Corriere della Sera del 30 gennaio scorso, non è una questione di numeri. Un popolo credente formato biblicamente è più mite, più libero, più capace di discernimento; un Paese privato di questa profondità spirituale è più indifeso davanti alla violenza, al cinismo, all’orrore che incombe.

Per questo la Bibbia di Gerusalemme non dovrebbe stare sugli scaffali, ma nei percorsi di formazione dei seminari, nelle catechesi per adulti, nelle omelie pensate e non improvvisate. Spiegare la Scrittura non è un compito accessorio: è un atto pastorale fondamentale. Senza di esso, la fede rischia di diventare tiepida – e, come ammonisce l’Apocalisse, la tiepidezza non genera vita, ma nausea: tornare alla Bibbia, spiegata con competenza e amore, non è nostalgia del passato: è una necessità per il futuro.

mp

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