A proposito della felicità
Spesso ci si sofferma a pensare alla felicità. Certo ognuno di noi ha una sua idea di ciò che vorrebbe o della condizione in cui vorrebbe trovarsi per dire o sentirsi felice.
La felicità, però, non coincide con l’euforia né con il piacere immediato, ma si configura come uno stato interiore silenzioso e stabile, fondato sulla riconciliazione dell’individuo con sé stesso.
La felicità può offuscarsi nel corso dell’esistenza, ma non si perde definitivamente: può essere purificata, ritrovata, custodita, trasformata ma, perdersi mai. A partire da L’amante giapponese di Isabel Allende, il testo propone una distinzione netta tra la felicità autentica e le sue forme surrogate — piacere, allegria, godimento, fortuna — che la modernità tende a confondere con essa. Queste esperienze, pur intense e seducenti, appartengono a una dimensione esteriore e transitoria, spesso incapace di offrire un appagamento duraturo. La «vera» felicità, invece, è uno stato intimo che consente di vivere la propria vita anche quando è segnata da fatica, dolore e incertezza; è priva di clamore e di costi elevati, si sottrae alla logica dell’eccesso e del consumo, confermando l’intuizione di François-René de Chateaubriand (1768-1848): una felicità che si paga cara non è, in realtà, di buona qualità.
mp
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