Perché sono ancora nella Chiesa?

Pubblicato il 14 febbraio 2026 alle ore 00:35

Prendo spunto da una domanda che nel  1970, il teologo Joseph Ratzinger, si chiese: “Perché sono ancora nella Chiesa?” È una domanda che prima o poi ogni credente dovrebbe farsi. Se non ce la poniamo mai, forse è perché viviamo la fede per abitudine, facendo solo il minimo indispensabile. Ma la fede non è qualcosa da vivere “a metà”: è amore, e l’amore vero non si misura. La domanda nasce in un contesto segnato dalla forte crisi post-conciliare seguita al Concilio Vaticano II, quando molti teologi, sacerdoti e laici vivevano dubbi, tensioni e perfino abbandoni. Non era una domanda provocatoria, ma profondamente personale ed ecclesiale.

 

Che risposta si diede?

Il futuro papa Benedetto rispose a sé e ai credenti  che restava nella Chiesa non per le sue strutture, non per abitudine, né per un’idealizzazione dell’istituzione, ma perché nella Chiesa aveva incontrato Cristo.

Affermò che la Chiesa è fatta di uomini fragili e peccatori, ma è anche il luogo in cui continua a vivere e ad agire il Signore. Restare, dunque, significava rimanere fedele a Cristo stesso, anche dentro le difficoltà e le contraddizioni storiche e soprattutto perché la verità del Vangelo non dipende dalle debolezze umane. 

 

Questa domanda che dovrebbe interessare tutti noi, nasce dal Vangelo, che è un libro pieno di interrogativi che Gesù rivolge ai suoi discepoli: “Volete andarvene anche voi?”, “Mi ami tu?”. Sono domande personali, che chiedono una risposta personale. Non basta ripetere ciò che altri hanno detto o pensato. Ognuno deve trovare dentro di sé la propria risposta.

La risposta che ci si può dare non viene dai libri, dall’arte o dalla cultura, ma dalle persone che si incontrano: uomini e donne che hanno preso sul serio il Vangelo e lo hanno vissuto con semplicità, senza cercare riconoscimenti. Persone umili, spesso sacerdoti, che con la loro vita hanno mostrato che la fede può trasformare un’esistenza, persone semplici che sono l’esempio che anima il messaggio evangelico.

Un esempio forte che resta, nonostante gli scandali, le debolezze e anche le delusioni personali: il credente resta nella Chiesa perché ha visto che il Vangelo può liberare una persona dall’egoismo e restituirla al suo essere più profondo. Certo si dirà che i “testimoni autentici" non sono molti, ma sono convinto che ne basti uno solo per capire che “vale la pena restare".

In fin dei conti la fede è un dono, ma è anche una scelta personale che significa rispondere alla chiamata di Gesù Cristo che nelle pagine del Vangelo ci dice: “Venite e vedrete” e quindi non andarsene, ma restare, per imparare a guardare la vita con occhi nuovi.

La domanda che l’allora cardinale Joseph Ratzinger si pose nel 1970 — “Perché sono ancora nella Chiesa?” — oggi risuona con una forza ancora maggiore. I tempi che attraversiamo sono segnati da incertezza, sfiducia, cambiamenti rapidissimi e le istituzioni non godono più della fiducia di un tempo e questo triste fenomeno interessa anche la Chiesa moderna che vive anch’essa in questo clima. Per tante e svariate ragioni non è scontato restare, non è un fatto culturale o sociale: è una  scelta precisa, 

Afflitti dalla nostra superficialità, viviamo in un’epoca in cui si può rimanere formalmente dentro qualcosa senza esserne davvero coinvolti e questo accade nel lavoro, nelle relazioni, nella partecipazione civile ma può accadere anche nella fede. Si continua a definirsi cristiani, ma si riduce tutto al minimo indispensabile. 

Si evita il conflitto, si evita la domanda, si evita di lasciarsi mettere in discussione: diventa così una fede senza inquietudine, e quindi senza profondità. Eppure il Vangelo non permette questa comodità. Le domande di Gesù — “Volete andarvene anche voi?”, “Mi ami tu?” — non sono rivolte a una massa indistinta, ma a ciascuno di noi, come accade ancora oggi, in un tempo in cui tutto è opinione e tutto è relativo, il Vangelo continua a chiedere una risposta personale. 

Certo, il nostro tempo è particolarmente sensibile agli scandali e alle incoerenze, e  non senza ragione. Le ferite provocate dagli errori di uomini di Chiesa hanno allontanato molti. Ma questo clima di delusione non riguarda solo la Chiesa: riguarda ogni ambito della vita pubblica perché è la fiducia stessa che si è indebolita.. In questo scenario, restare ha un doppio valore perché non significa negare le ombre, le contraddizioni, ma riconoscere che la fede non nasce dalla perfezione delle strutture, bensì dall’incontro con persone, con la loro fragilità,  che hanno preso sul serio il Vangelo.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di testimoni credibili, non di discorsi raffinati, non di strategie comunicative, ma di vite semplici e coerenti; abbiamo bisogno di esempi, di persone che non cercano visibilità, che non difendono il potere, ma che vivono con mitezza e gratuità.  Forse è proprio questo il punto decisivo: in un tempo così centrato sull’io, il Vangelo continua a restituire la persona a sé stessa. Restare nella Chiesa oggi non è un gesto nostalgico, ma una scelta controcorrente. Non si resta perché tutto funziona, ma perché, nonostante tutto, si è intravista una verità che regge, una presenza nella propria vita che oggi, come allora, che continua a dire: “Venite e vedrete”. 

Alla fine, ciò che conta non è avere tutte le risposte, ma rimanere in cammino, lasciandosi plasmare dall’incontro vivo con Cristo e con i fratelli. Restare nella Chiesa, allora, non è un peso da sopportare, ma una possibilità sempre nuova di rinascere nella fede, di imparare ad amare con pazienza e verità, di riscoprire che Dio continua ad agire nelle nostre storie. È in questa perseveranza umile e fiduciosa che la speranza si radica e che la nostra appartenenza alla comunità cristiana diventa un dono per il mondo.

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