Lo Zhair, ossessione e ricerca

Pubblicato il 9 settembre 2026 alle ore 02:30

Nella tradizione culturale araba, lo Zahir è un’idea sottile che si insinua, quasi senza farsi notare, nella mente per poi imporsi al suo interno fino a trasformarsi in un pensiero fisso, un’ossessione a cui è impossibile sottrarsi.

Tutto diventa una spirale di memorie, luoghi vissuti ed emozioni che riaffiorano e che riportano a galla i ricordi o le ferite di una relazione, proiettando la persona interessata nella sensazione di trovarsi in vortice di emozioni contrastanti senza via d'uscita.  Da questi concetti, nei quali spesso mi sono ritrovato, prende vita l'omonimo romanzo di Paulo Coelho, il mio autore preferito, incentrato sulla storia di un affermato scrittore sconvolto dall'improvvisa e inspiegabile scomparsa della moglie Esther, un'intrepida corrispondente di guerra. L'assenza, paradossalmente, si traduce per il protagonista, in una presenza ingombrante perché, nonostante il successo professionale, l'agiatezza e l'avvio di una nuova relazione sentimentale con un'attrice francese, il dramma dell'assenza, della fuga o del possibile rapimento della moglie invade ogni angolo della sua vita. Questa inquietudine diventa il motivo di un lungo itinerario che il protagonista percorrerà, non soltanto fisicamente, e che lo condurrà dalla Francia alla Spagna, attraversando la Croazia fino ad approdare nel Kazakistan, in un tormentato percorso di riscoperta e ricerca personale.Nel protagonista affiora in modo trasparente il senso del romanzo: un uomo diviso, alla perenne ricerca di un equilibrio esistenziale che aveva riposto in quell'amore, in quel legame coniugale, che le incomprensioni e la routine avevano finito per appannare.

Il racconto si articola attraverso l'inconfondibile stile dell'autore brasiliano, capace di intrecciare il sacro con il profano e di richiamare costantemente l'aspetto spirituale, la fede e i riti, come ha abituato i suoi lettori in capolavori come L'Alchimista, e Il cammino di Santiago.  Anche in tale libro non mancano i consueti aforismi e le riflessioni profonde sulla natura delle relazioni umane che conferiscono all'autore il suo ormai riconosciuto ruolo di guida spirituale, che consacra l'Amore come l'unico e autentico punto fermo dell'esistenza.

Ho letto che, dal punto di vista critico, il libro presenta alcuni passaggi complessi che dividono il pubblico, perchè si sofferma un po' troppo su racconti paralleli che non hanno stretta attinenza con il filo conduttore, concetti chiave espressi in un fitto apparato di riferimenti biblici, storici e religiosi, da Giovanna d'Arco ai miracoli di Lourdes. Se per i lettori più appassionati, come me, questo rappresenta la testimonianza di una profonda ricerca filosofica, per chi predilige una narrazione più snella, questo aspetto rischia di appesantire il ritmo della storia. Lo Zahir, secondo me, si conferma comunque un'indagine approfondita sui sentimenti profondi che poi possono diventare vere e proprie ossessioni, e sul coraggio necessario per poter smarrire le proprie certezze per ritrovare una pace autentica. Forse è proprio per questo che il libro mi ha colpito così profondamente. Nel corso della vita ci sono persone, luoghi, momenti e relazioni che, anche quando sembrano appartenere definitivamente al passato, continuano in qualche modo a vivere dentro di noi. A volte riaffiorano improvvisamente, attraverso un ricordo, un’immagine, una parola o persino una sensazione: tutto difficile da spiegare. Non sempre siamo capaci di comprenderne la ragione e, soprattutto, non sempre sappiamo dare un nome a ciò che ci accade. Sappiamo soltanto che qualcosa è rimasta lì, in una parte della nostra memoria, o forse sarebbe più opportuno dire nel cuore e continua a interrogarci: in altre parole continua a vivere.In questo senso, lo Zahir non appartiene soltanto al protagonista del romanzo. È una condizione dell’animo nella quale, almeno una volta, può riconoscersi ciascuno di noi.

Anch’io, ripensando alla mia vita, mi sono trovato davanti a ricordi e a esperienze che non sono mai riuscito davvero ad archiviare e che, proprio per questo, hanno continuato a esercitare una forma di presenza, talvolta inquieta, talvolta dolorosa. Paradossalmente, ci sono assenze che non coincidono semplicemente con la distanza o con la perdita di qualcuno: diventano, invece, presenze interiori, capaci di accompagnarci nel tempo e di tornare a bussare alla memoria quando meno ce lo aspettiamo. Forse ciò che semplicisticamente chiamiamo ossessione è, qualcosa di più complesso, può essere il segnale che dentro di noi è rimasta una domanda senza risposta, un sentimento non compreso fino in fondo, una relazione che non abbiamo saputo concludere interiormente, oppure una parte di noi stessi che non abbiamo ancora avuto il coraggio di guardare davvero. Può accadere che viviamo per anni questa inquietudine senza riuscire a identificarla, a capirla: la sentiamo, ma non sappiamo definirla; la avvertiamo, ma non riusciamo a darle un nome. È anche per questo che considero Lo Zahir un libro importante.

Al di là della storia raccontata da Coelho e delle sue dispense filosofiche e spirituali, il romanzo offre una possibilità: quella di riconoscersi. Può aiutare chi porta dentro di sé una presenza apparentemente inspiegabile, un ricordo che ritorna, un’assenza che non si lascia dimenticare, a comprendere che quelle sensazioni non sono necessariamente una debolezza o una forma di fragilità da rimuovere, ma possono essere, invece, una parte significativa del nostro percorso umano. Riconoscere il proprio Zahir significa allora accettare di interrogarsi su cosa o chi ci ha segnato; non necessariamente per tornare indietro, né per restare prigionieri di ciò che è stato, ma per comprendere quale significato abbia avuto nella nostra storia e quale traccia abbia lasciato nella persona che siamo diventati. Perché alcune esperienze sentimentali, alcuni incontri e alcune separazioni non cessano di avere valore semplicemente perché sono finite ma, al contrario, possono continuare ad accompagnare la nostra evoluzione, insegnandoci qualcosa sull’amore, sulla perdita, sul desiderio e, soprattutto, su noi stessi.

Forse è questo il significato più autentico dello Zahir: non è ciò che ci condanna a un’ossessione, dalla quale non ci si può liberare, ma ciò che ci costringe a fermarci e ad ascoltare una parte di noi che per troppo tempo abbiamo cercato di ignorare, e quando finalmente riusciamo a riconoscerla e a darle un nome, quella che sembrava soltanto un’inquietudine può risultare consapevolezza.È proprio allora che il ricordo, pur continuando a far parte di noi, smette di essere una ferita e può diventare una presenza con la quale convivere e provare a ridisegnare, attraverso essa, la propria vita.

Ⓜ️  mercoledì, 9 settembre 2026

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