Barabba: il condannato liberato che ci assomiglia
Nel racconto della Passione di Gesù c’è una figura che appare per pochi versetti e poi scompare nel silenzio. Non pronuncia parole, non compie gesti memorabili, non lascia discorsi. Eppure, la sua presenza è potentissima. È Barabba.
I Vangeli lo descrivono come un carcerato famoso, coinvolto in una rivolta e responsabile di omicidio. Giovanni lo chiama «brigante». Non è un uomo qualunque: è un violento, un sovversivo, uno che ha scelto la strada della forza, quello che oggi definiremmo un “criminale”. Il suo nome è già carico di significato: Bar-Abba, “figlio del padre”. Davanti a Pilato si trovano così due figli di diversa natura, come spesso accade anche nelle nostre famiglie: Gesù, il Figlio del Padre celeste, innocente; e Barabba, il figlio ribelle, colpevole.
La scena che il Vangelo presenta è drammatica. Pilato propone di liberare uno dei due, secondo l’usanza pasquale. Ma la folla sceglie Barabba, e lo sceglie in modo inspiegabile, perché Gesù non ha commesso alcun reato da meritare la sommossa e la violenza di un popolo che grida la sua morte. Sta di fatto che Gesù viene condannato alla croce.
Proprio qui si nasconde una prima grande riflessione che il Vangelo ci offre, un mistero che ci riguarda profondamente: Barabba è liberato perché Gesù prende il suo posto. La croce era destinata a lui, e invece la porta Cristo. Barabba diventa così il primo uomo nella storia a sperimentare concretamente la sostituzione: il colpevole torna libero, l’innocente viene condannato.
Oggi potremmo fare riferimento agli errori giudiziari, ai processi sommari che siamo abituati a celebrare sui social, spesso senza conoscere i fatti. L’importante è esprimere comunque il proprio giudizio, e, se c’è una condanna senza appello, ci si diverte di più. Forse è proprio per questo che Barabba ci assomiglia così tanto. Anzitutto perché anche noi, come la folla, spesso preferiamo un messia che ci somiglia — oggi potremmo dire un influencer. Barabba rappresenta una salvezza violenta, politica; Gesù invece parla di perdono, di nemici da amare, di croce. La folla sceglie la forza perché è più facile, più veloce, più comoda. La forza non presuppone lo sforzo di capire, di cercare strade alternative, di trovare soluzioni diverse: è immediatezza. L’amore, invece, richiede impegno, riflessione, misericordia. «Praticano solo la giustizia, ignorano la pietà: per questo sono ingiusti», diceva Fëdor Dostoevskij.
E noi? Quante volte scegliamo ciò che conferma le nostre idee, ciò che ci dà ragione, ciò che promette potere o successo, invece della verità esigente del Vangelo? Quante volte “liberiamo” Barabba dentro di noi — l’orgoglio, la rabbia, il risentimento — e mettiamo a tacere Cristo?
Barabba ci somiglia anche perché viene liberato senza merito. Nei Vangeli non si parla di pentimento: non chiede perdono, non cambia vita davanti ai nostri occhi. Il momento decisivo è quello dello scambio. La croce era pronta per Barabba, era la conseguenza delle sue scelte, e invece un altro la prende. Questo è il cuore della fede cristiana: Cristo assume su di sé ciò che spettava a noi — la nostra violenza, il nostro peccato, le nostre rivolte interiori. Noi scendiamo liberi, Lui sale al patibolo.
In questo senso, Barabba è il simbolo dell’umanità salvata: non un eroe, ma un uomo graziato; non un giusto premiato, ma un colpevole che, nonostante tutto, viene liberato.
Mi sono sempre soffermato sul seguito della vicenda, che non fornisce dettagli su ciò che fece Barabba dopo la liberazione: tornò a delinquere? Cambiò vita? Cercò Gesù per ringraziarlo? Non lo sappiamo. Il suo futuro resta aperto. Questo accade spesso nel Vangelo: la pagina rimane volutamente incompleta per consentire a noi lettori di “chiudere” il racconto, ciascuno secondo la propria coscienza, secondo ciò che avrebbe fatto. Pensiamo anche all’episodio del figlio prodigo: anche lì la conclusione resta sospesa.
A proposito di Barabba, è qui che la sua storia diventa la nostra. La vera domanda non è che cosa fece lui, ma che cosa facciamo noi, che siamo stati liberati. Viviamo da salvati oppure torniamo alle nostre vecchie rivolte interiori? La grazia ricevuta, il perdono ottenuto da chi abbiamo offeso, ci trasforma davvero oppure lo consideriamo scontato?
La scena del pretorio non appartiene solo al passato. Ogni giorno, nel nostro cuore, si ripete la stessa domanda: «Chi vuoi che ti liberi?». Scegliamo la via facile, istintiva, violenta — scegliamo Barabba — oppure accogliamo la salvezza che passa attraverso la Croce, e dunque attraverso il sacrificio?
Barabba rimane in silenzio nei Vangeli. E questo silenzio ci ricorda che forse il vero dramma non è che la folla abbia preferito Barabba a Gesù. Il vero dramma sarebbe restare Barabba anche dopo essere stati perdonati.
Interessante anche il punto di vista di Stefano Massini che, in un articolo riguardante una serie dedicata ai personaggi della Via Crucis, offre una riflessione sulla figura di Barabba, reinterpretandola in chiave contemporanea. Barabba viene descritto non solo come un criminale, ma come un leader carismatico, un incitatore di folle, paragonabile a un influencer moderno.
Contrapposto a Gesù, che predicava la non-violenza e l'amore, Barabba rappresenta la scelta della violenza e della ribellione, una pulsione distruttiva che, secondo l'autore, è insita nella natura umana e si ripete nella storia. L'articolo analizza il significato simbolico della scelta tra Gesù e Barabba, evidenziando come la violenza, nonostante le sue conseguenze devastanti, continui a sedurre e a essere abbracciata dall'umanità.
Ponzio Pilato e l’influenza delle masse
Nella storia della Passione di Cristo, anche il profilo di Ponzio Pilato merita un cenno di considerazione perché riveste il ruolo di arbitro —passivo— nella scelta tra Barabba e Gesù. Egli si sottrae, come molti di noi, alla responsabilità di decidere, rimettendosi al giudizio della folla, in un atto paragonabile a un «televoto» diremmo oggi, una decisione da assumere nell’ambito di un’arena mediatica. Ponzio Pilato rappresenta, quindi, l’indifferenza e la delega del potere decisionale, lasciando che siano le masse, nella fattispecie influenzate, dai sacerdoti, a scegliere per lui.
Questo atteggiamento ci fa capire come la fragilità delle istituzioni, di fronte alla pressione popolare e il modo in cui la manipolazione delle folle, può determinare il corso della storia.
Conclusione
In conclusione, l’analisi di Barabba come simbolo, nel confronto con Gesù e Pilato, ci restituisce un quadro sorprendentemente attuale della condizione umana: Barabba incarna l’uomo comune, ambiguo e spesso indeciso, che riceve una libertà non meritata e si trova costretto a fare i conti con essa; Gesù rappresenta la logica scandalosa del dono e del perdono, che non si impone ma si offre fino alla fine; Pilato è il volto della responsabilità elusa, del potere che si lava le mani e lascia decidere alla folla.
Le loro scelte, rapportate alla realtà di oggi, interrogano il nostro modo di assumere o fuggire le responsabilità, di accettare o rifiutare il perdono – sia nel darlo sia nel riceverlo – e di lasciarci guidare o travolgere dalla forza della folla, dalle opinioni dominanti, dai giudizi affrettati.
In questo gioco di libertà, vigliaccheria, amore e paura, ci viene chiesto ogni giorno da che parte vogliamo stare: se ripetere l’indifferenza di Pilato, l’inerzia di Barabba o lasciarci provocare dall’esempio di Gesù, assumendo fino in fondo il peso delle nostre scelte e trasformando il modo in cui viviamo le relazioni, la giustizia e la misericordia nella nostra vita quotidiana.
Aggiungi commento
Commenti